Teatro di Garufi y Tanteri: la prima puntata della commedia “Machiavelli in Sicilia” (una prima adesione al Movimento Arte Quantistica)

Garufi y Tanteri

Machiavelli in Sicilia

commedia

PARTE I

PROLOGO

Scena unica

Personaggi: voce fuori-campo, fantasmi del principe Branciforti e della moglie, donna Giovanna d’Austria.

(Giardino del castello di don Francesco Branciforti. Musica. Entrano in scena servitori con bracieri da cui si levano lingue di fuoco. I servitori poggiano i bracieri e vanno via. Cresce il fumo, sempre più intenso.)

VOCE FUORI-CAMPO: Don Francesco Branciforti, prìncipe di Pietraperzia e marchese di Militello, morì in Messina nel 1622, a quarantasette anni compìuti. Erano passati circa diciotto anni dal giorno in cui era tornato nei suoi feudi, orgoglioso della parentela col re di Spagna, avendone sposato la serenissima cugina, donna Giovanna d’Austria. Quel tempo gli fu sufficiente per dare mirabili prove di governo. Seppe essere un mecenate e diventò egli stesso un uomo colto, facendo di Militello una corte prestigiosa. Qui arrivò una stamperia da Venezia e fu istallata una ricca biblioteca, che un incaricato, l’abate De Angelis, aggiornava da Roma. Pittori, poeti e scienziati di ogni parte d’Italia vi trovarono mumifica ospitalità. L’abitato fu abbellito e arricchito con fontane, chiese e palazzi. Furono realizzate strade, piazze, giardini, pubbliche fabbriche. Ma, la sua opera maggiore fu senza dubbio quella di legislatore…

PRINCIPESSA (entrando col principe): Ora finitela, vi prego!

(Musica. Ingresso solenne dei fantasmi dei principi e dei loro servitori. I principi vanno a sedersi decentrati, su due imponenti sedie. La musica cresce su di loro, finché gradatemente si placa nella dolcezza del silenzio. Il principe siede accasciato, il braccio a colonna che regge la testa. La principessa lo guarda.)

PRINCIPESSA: A questo punto, ditemi: che resta del vostro potere?

PRINCIPE (si raddrizza): Resta molto, credo… Resta, per esempio, l’orgoglio per ciò che ho fatto.

PRINCIPESSA: E che avete fatto? Avete avuto qualche manìa di grandezza, questo sì! E’ stato il vostro vizio, il pensiero continuo, l’amore tirannico che vi ha preso i giorni. Ma, ora? Ora che siete morto, che cambia?

PRINCIPE: E’ cambiata la mia vita, almeno! Ho passato momenti molto buoni, sforzandomi di risultare degno d’un siffatto amore!

PRINCIPESSA: E per cosa? Per il ricordo dei posteri? Signore, chi muore non ha ricordi… e non contano più nulla le sue imprese! (Gli poggia una mano sul braccio) Credo che avremmo fatto meglio a goderci gli agi della corte di Madrid. Questo per nascita ero autorizzata a pretendere! (Scostandosi) Invece, mi avete costretto a vivere in una città lontana.

PRINCIPE: Non siate ingìusta… Il sentimento che ci lega ad un luogo viene prima ed, al contempo, va ben oltre il desiderio di gloria… Vedete, a corte, per quanto in alto potessimo sperare di arrivare, ci sarebbe stato sempre qualcuno posto più in alto di noi. Importava poco il fatto che Madrid era il centro del potere politico… (sibilando) non era nostra!… Lì, è vero, potevamo avere molti favori. Ma, restava il guaio che vicino al proprio re i favori si possono soltanto chiedere… L’esercizio del governo è tutt’altra cosa! Voglio intendere quel potere per cui si è in grado di crearsi attorno un universo a propria immagine e somiglianza… Quando con le opere si abbellisce e si razionalizza la natura e con le leggi si regola il comportamento degli uomini, allora, signora, si fa lo stesso lavoro di Dio! Tale possibilità a Madrid ci era preclusa!

PRINCIPESSA (ride): Voi bestemmiate, amico mio! E in ogni caso ho l’impressione che, anche dopo la morte, siete rimasto troppo principe.

PRINCIPE: Non capisco quale sarebbe il limite.

PRINCIPESSA: Sospetto che l’idea di grandezza che avete in testa sia falsa.

PRINCIPE: Ora, scommetto che chiamerete in ballo la religione!

PRINCIPESSA: No, no, tranquillizzatevi! Dico solo che voi vi fermate al gusto, in fin dei conti volgare, di chi si sente padrone. Le vostre parole mi ricordano i muri che nei campi segnano i confini delle proprietà. Sono autentiche fortificazioni, che chìudono ed escludono l’orizzonte. Non importa se quei muri sono scalcinati… restano muri solidi, tanto solidi da sfidare i secoli! Da quei confini non c’è mai stata un’evasione, mai uno sguardo è andato oltre! Il piacere di possedere le cose, evidentemente, ci fa costruire le nostre stesse prigioni. E come stiamo attenti a non lasciare varchi! C’è persino l’ironia di voler tener fuori i ladri! Non ci accorgiamo che ogni anno, come uno scrigno amico, l’autunno si apre e ricolora gli sterpi…

PRINCIPE (ironico): Beh, almeno in questo sarete rimasta contenta! Nella campagna di Militello gli sterpi non mancavano!

PRINCIPESSA (acida): Non avevo il tempo di vederli. Mi impegnavate tanto con le vostre pratiche di governo!

PRINCIPE (sorridendo al ricordo): Ah, quelli, quelli erano giochi deliziosi!

PRINCIPESSA: Giochi, appunto! Ma, dopo, la morte fece sul serio.

PRINCIPE: Non ne dubito. Però, però… alla faccia della morte, ho soddisfatto ogni capriccio… Sarà stato volgare, ma mi è piacìuto!

PRINCIPESSA: Quasi nessuno vi darebbe torto e la volgarità sta qui!

PRINCIPE: La volgarità è nell’istinto, è vero. Però, poi bisogna vedere quanti sono quelli che hanno forza e fortuna… Su ciò gli uomini si dividono e nascono i gìudizi morali… Conoscete Machiavelli?

PRINCIPESSA: No. Scordate che per una dama non era una lettura conveniente?

PRINCIPE: Divise gli uomini in due categorie: i cattivi capaci, come debbono essere i principi, ed i cattivi incapaci, come sono i sudditi.

PRINCIPESSA: Voi eravate principe ed io non ero una vostra suddita!

PRINCIPE: Non è coi giochi di parole che si cambia la legge!… Se non fosse così, non ci sarebbero né il ricatto né l’inganno!

PRINCIPESSA: L’ha detto Machiavelli?

PRINCIPE: Più o meno… C’è una sua commedia, ottima per i principi ed i cortigiani… Un tizio me ne fece una sorta di trascrizione nel dialetto di Militello. Disse che un pensiero diventa assoluto e perfetto quando lo possiamo esprimere anche con l’immediatezza del parlare dei villani. Da vivo, non ebbi mai il coraggio di proporla. Ma, al punto in cui siamo adesso!… Ecco…

(Si accendono le luci sulla scena della commedia. I principi vanno in ombra.)

VOCE DEL PRINCIPE: I fatti non accadono in Sicilia… Diciamo che siamo a Firenze, città natale dello scrittore. Oppure, potremmo ambientarli a Roma, capitale della cristianità. O, al contrario, a Pisa, perché… (ride) come si dice e non a caso: è meglio avere un morto in casa, che un pisano all’uscio!… O, più semplicemente, possono svolgersi dappertutto, dato che dappertutto il concetto è lo stesso… La porta a destra è la casa del dottor Nicia Calfucci. Di fronte v’è un convento, vicino al quale abita un giovane, Callimaco Guadagno. Viene da Parigi ed è innamorato di Lucrezia, moglie di Nicia…

           (Musica e buio sulla scena.)

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