Le meraviglie di Makarska (Croazia) nella pittura di Eduard Gardun

Bellezza e cromìe nella pittura di

Eduard Gardun

di Garufi y Tanteri

Chi, per avventura, si trovasse a visitare i posti dove Eduard Gardun vive ed espone la sua produzione pittorica delizierà gli occhi, senza perdere il gusto – un po’ triste, un po’ dolce – della nostalgia per un mondo di affetti e di valori ormai quasi dimenticato, dopo il pluriennale flagello del capitalismo globale.
Avrà, infatti, il modo di confrontarsi con qualcosa di semplice, di immediato, di intimamente urgente, come gli affetti familiari, il mare, il lavoro, la sensualità di una figura femminile.

Chiarisco, a questo punto, che le barche, i muri, il paesaggio, impreziositi dall’opera distruttrice del tempo e dalla fatica operosa dell’uomo sono il senso ultimo e, direi, il compiuto messaggio dei suoi quadri. Sono opere d’arte in cui vien fuori un’anima faustiana, nella quale combattono la velleità di possedere l’eterna bellezza e la forza nullificante del tempo che passa.
Il patto col diavolo di Gardun, però, non è nato dall’illusione dell’intellettuale malato di fronte alla trionfante sensualità della vergine. Non c’è in lui neppure l’eterna giovinezza.
Questa volta la scommessa è un’altra. E’ possibile ricavare la bellezza nella quotidianità, che, come un ghigno deforma un volto, altera i lineamenti di un’anima?
In altre parole, può diventare poetica l’assenza degli eroismi consolidati dalla pittura e dall’arte?
Stevenson e il suo dottor Jeckyll e mister Hide – personaggio uno e bino, appena un punto sotto Dio – rinasce in noi, contemplando l’opera di Gardun.
E, forse, lo scrittore ci dà la risposta giusta.
Forse.
Ma, ancora oggi non disponiamo del giusto antidoto di tanto male.
Ci resta soltanto la consolazione che possono darci gli artisti. Essi hanno il dono dell’intuizione e dispongono dei mezzi tecnici per ridarci un’integra visione del mondo.
La coscienza del dissidio interno di ogni creatura umana, il conflitto tra l’essere e la percezione dell’essere, cominciò da Les Demoiselles d’Avignon di Pablo Picasso. In un lurido bordello, dove la vendita del corpo femminile ha la sorda materialità della bottega, oltre la depressione ed il degrado, lo spagnolo seppe trovare una spiritualità virginea.
Come in Picasso, anche in Gardun in certi inserti della realtà – il modo di vestire dei personaggi, le macchine parcheggiate lungo i viali della sua Makarska (in Croazia) – sono respingenti, piagati dal viziò del consumismo e dalla banalità.
Ma, nelle cromìe, signori, c’è un distendersi trasparente di toni delicati, c’è la gentilezza d’animo delle atmosfere dalmate. Il tutto parrebbero la sussurrante compagnia di un amante gentiluomo.
Picasso – e, su diversi livelli temporali, Gardun – sanno ancora innamorarsi e perdersi dietro una preghiera che nella breve superficie di un corpo di donna si ricongiunge con l’infinità di Dio. Il quadro, in tal modo, diventa impegno sociale, o almeno un grido di protesta contro i pregiudizi del mondo.
Rappresentare le vittime – cioè, quell’insieme di innocenti condannati a morte, che costituisce l’intera umanità – è un modo per denunciare i sorprusi, la miglior maniera per mettersi al loro fianco nella lotta.

Precedente Simone Vela, pittore dell'inconscio collettivo Successivo Teatro di Garufi y Tanteri: la prima puntata della commedia "Machiavelli in Sicilia" (una prima adesione al Movimento Arte Quantistica)